Comune di Pescocostanzo storia del comune

Storia del comune

Comune di Pescocostanzo storia del comune

Descrizione

Cenni Storici

Per le età italica e romana sembra debba escludersi la presenza di un insediamento stabile là dove si sarebbe successivamente sviluppato Pescocostanzo, anche se esistono indubbie tracce dell' esistenza umana in questo territorio. Tra le altre,le chiese eremitali di Sant' Antonio e di San Michele,già luoghi di culto pagani, testimonierebbero una presenza temporanea e periodica di pastori nomadi transitanti con le loro greggi in queste zone. L'alto Medioevo vede una intensa e fervida attività dei monaci benedettini di San Vincenzo al Voltumo e di Montecassino per la messa a coltura e il popolamento delle nostre terre. Alla loro azione si intrecciò successivamente quella dei signori laici, che nell'XI e XII secolo procedettero all'incastellamento delle popolazioni. Le prime notizie riguardanti il nostro paese si ricavano da un documento del 1108, in cui si legge della cessione di Pescocostanzo da parte del monastero di San Pietro Avellana,dipendenza di Montecassino, a un signore laico, Oddone, membro del ramo dei conti di Valva e residente a Pettorano, il quale lasciò però ai monaci la Chiesa di S. Maria del Colle. Ai conti di Pettorano succedettero, a partire dalla seconda metà del '200, i nuovi feudatari legati ai sovrani angioini. Dal 1325 al 1464 signori di Pescocostanzo furono i Cantelmo.

L'età angioina fu caratterizzata nel nostro territorio da uno sviluppo della vita economica e sociale legato al potenziaménto della "via degli Abruzzi", luogo di transito per scambi commerciali e culturali, attraverso la dorsale appenninica, fra il Nord e il sud d'Italia, e passante per l'altopiano delle Cinquemiglia. Nel '300 e nel '400 essa fu anche inevitabile teatro delle campagne militari per il possesso del Regno di Napoli.
Nel 1456 un violento terremoto colpì duramente l'intera regione appenninica tra L'Aquila e Canosa. Nel nostro territorio tale evento indusse le popolazioni insediate nei luoghi meno agevoli ad abbandonare le loro case per trasferirsi nei centri abitati più grandi, come Pescocostanzo, Rivisondoli, Roccaraso. A Pescocostanzo si assiste anche allo spostamento delle abitazioni verso aree pianeggianti e al conseguente ampliamento dell' abitato fuori delle cinta del "Peschio". I secoli successivi vedono una continua crescita culturale, demografica ed economica del paese, come è testimoniato anche dalla ricostruzione della Chiesa di S. Maria. Vi contribuiscono diversi fattori,quali la protezione da parte della monarchia aragonese e la presenza di una classe dirigente locale potente economicamente e culturalmente " progredita.

A questo periodo data l'insediamento di un nucleo di artigiani lombardi dediti ad attività edili. L'afflusso di maestri lombardi, richiamati da una forte committenza della borghesia locale, dall'ubicazione del paese (vicinanza alla "via degli Abruzzi"), dalla disponibilità di cave di pietra, costituì una presenza incisiva, le cui testimonianze sono ravvisabili nel gergo dei muratori,nell' onomastica di alcuni cittadini, nel rito del battesimo per immersione (che è tipicamente ambrosiano), e ancora nella presenza di un secondo protettore del paese, di parte lombarda, S. Felice, nonché, per il tramite di donne lombarde, nella lavorazione del merletto a tombolo. La crescente autonomia dell'Università pescolana si scontrò fatalmente con il potere feudale. Dietro pressanti sollecitazioni a Ferrante d'Aragona,Pescocostanzo ottenne nel 1464 dal sovrano il riconoscimento dello status di demanio regio, nonché la concessione di alcuni privilegi. Ma appena tre anni dopo, nel 1467, il paese fu infeudato dallo stesso sovrano al suo fedele alleato Alfonso d' Avalos.

Fra il 1472 e il 1507 Pescocostanzo ebbe una nuova concessione di demanio regio, cui seguì un nuovo infeudamento da parte di Ferdinando di Spagna a Fabrizio Colonna. Nei secoli XV e XVI l'Università manifestò un forte spirito d'autonomia, conseguente ad una continua crescita in vari ambiti, partecipando alla giurisdizione civile e penale, provvedendo all'istruzione e alle opere di assistenza, regolamentando l'attività del clero. Vari fattori contribuirono allo sviluppo del paese, come la protezione accordata dagli Aragonesi all'industria armentizia, o la presenza di nuove correnti commerciali e culturali che attraversavano la via degli Abruzzi per il nuovo sbocco verso le regioni emiliane e padane, o il forte legame con Roma. Tale ascesa culminerà, nel 1774, con la stipula dell' atto di ricompra, nella cessione da parte del feudatario di tutti i diritti su Pescocostanzo. Per l'età moderna il dato economico rilevante è il declino dell'industria armentizia, fenomeno legato in gran parte alle leggi eversive della feudalità emanate dai Napoleonidi nel Regno di Napoli. Nel Tavoliere si assiste ad una progressiva riduzione della superficie per il pascolo a vantaggio di quella destinata alla cerealicoltura.
Al declino della pastorizia si affianca a Pescocostanzo quello dell' artigianato. Di tali trasformazioni si colgono gli inevitabili riflessi nell' andamento demografiao del paese: nel corso dell' Ottocento molte famiglie agiate lasciarono Pescocostanzo per trasferirsi a San Severo o a Napoli, mentre la classe popolare partecipò a quell'imponente fenomeno migratorio che in quegli anni interessò gran parte delle regioni italiane.

La Filigrana

La filigrana (o filograna) è un genere di lavorazione dell'oro e dell'argento basata sull'intreccio e sulla saldatura, nei punti di collegamento, di sottili fili di metallo ritorto, o lamine, sagomati o spiralizzati per la formazione di arabeschi e disegni in genere disposti simmetricamente. La sua evoluzione artigianale risale presumibilmente all'artigianato greco. Partendo dal 2000/2500 a.C., la filigrana trova una definitiva tecnica di lavorazione presso gli Etruschi, in modo particolare con decorazioni di lamine in forma di fiori o profili geometrici inseriti simmetricamente, spirali ecc, specie nell'oreficeria religiosa, greca ed etrusca in un primo tempo, romana, barbara e musulmana successivamente. Non si conosce con precisione, però, ne la sua distribuzione geografica nelle zone sotto 1'influenza di quelle civiltà, ne la cronologia di sviluppo e di durata relative. Per quanto riguarda Pescocostanzo, vi sono da segnalare interessanti monili in argento con motivi filigranati, rinvenuti durante gli scavi archeologici in località Colle Riina, dopo l'apertura delle tre tombe longobarde rimaste intatte, i quali potrebbero offrire spunto a nuove ipotesi sull'importazione locale del tipo di lavorazione. Dopo una decadenza ( o fase poco documentata) di circa due secoli, la filigrana ha recuperato popolarità verso il XVI - XVII secolo a Genova e a Venezia (e forse Milano), per esplodere in realizzazioni folcloristiche verso il XIX secolo presso le popolazioni dell'Europa centrale e in Spagna.

Dall'Italia settentrionale essa è stata sicuramente esportata nel meridione, passando probabilmenteorafo2 per Napoli o Sulmona prima di arrivare a Pescostanzo. Si dovrebbe parlare di riesportazione, fermo restando il periodo di decadenza, nel caso in cui gli interrogativi suscitati dal ritrovamento a Colle Riina avessero qualche fondamento. In ogni caso, il primo riferimento all'attività orafa da parte del catasto generale del comune di Pescocostanzo risale all'anno 1748, nominativamente, e coincide col superamento di una fase critica dell'economia locale.orafo2 Di orafi in epoche precedenti ogni notizia è vaga. Caratteristica della filigrana tradizionale sono la lavorazione e la saldatura a mano, le quali, come si verifica per il tombolo eseguito con cuscino e fuselli anzichè a macchina, conferiscono al prodotto una morbidezza e un respiro inimitabili; tuttavia, non essendo facile di- stinguere a prima vista la fattura industriale (fusione) da quella artigiana (saldatura a mano) è opportuno informarsi sulla tecnica di lavorazione di un oggetto prima dell'acquisto. Rientrano nella tradizione anche figure o simboli ottenuti con placchette sagomate in oro assiemati per mezzo di spiraline o altri motivi filigranati. Un esempio tipico è la "presentosa", spilla filigranata in oro, in fase di rilancio da parte dell'oreficeria locale nelle varie versioni fin qui elaborate.

Nella tradizione rientrano ancora: "la cannatora", collana girocollo consistente in un'infilata di "vacura" in lamina stampata a sbalzo (semplice oppure arricchita con grani in oro detti "prescine"), di cui esiste anche una versione moderna; le "cecquaje", in genere orecchini e spille (di origine turca), lavorati a traforo (impreziositi a volte con pietre, cammei, corallo ecc.), riproducenti oggetti, figure o amuleti di ispirazione apotropaica; altre varie lavorazioni (ricorrendo anche alla cera persa), tra le quali gli "attacci" per sorreggere il filo di lana di pecora utilizzato per ricavare calze e maglie. L'uso dell'oro nella orafo3lavorazione di monili destinati all' abbigliamento e alla commemorazione è legato all'importanza che esso assume sin dall'antichità nel culto del suo potere magico o divino e della sua durevolezza. orafo3Nessuna meraviglia, quindi, che il suo culto abbia trasmigrato da aztechi, cinesi, egizi e greci alla nostra penisola e, progressivamente, alle sperdute lande degli Altopiani, quasi sicuramente per il tramite dei maestri lombardi. Salvo nuove scoperte. Nessuna meraviglia, ancora, che un centro evoluto come Pescocostanzo ne abbia fatto tesoro raggiungendo nel campo livelli di tutto riguardo. Vi sono nomi di orafi famosi nel passato, forse insuperabili, a cominciare dai Del Monaco, Falconio, Del Sole, Pitassi, ecc., a valle dei quali gli unici superstiti sono, verso gli inizi del XX secolo, le famiglie Domenicano e Tollis, depositarie di un patrimonio secolare di conoscenze. A costui hanno fatto seguito altri giovani che adottano tecniche a volte diverse.

Il Ferro battuto

La lavorazione del ferro battuto è un' attività tradizionale dell' artigianato pescolano. Si producevano e si producono tuttora ringhiere, lampadari, attrezzi per il camino, cancelli, testate da letto. ferro battutoNon esistono balconate o finestre che non siano arricchite dalla lavorazione in ferro. Una testimonianza pregevole di realizzazione artistica è la cancellata in ferro che chiude la Cappella della Collegiata. Essa fu ideata dall' architetto e scultore pescolano Norberto Cicco, autore anche della facciata dell' Annunziata di Sulmona. L'esecuzione è opera in gran parte del fabbro Sante di Rocco che la realizzò tra il 1699 e il 1705. Fu poi portata a termine da Ilario di Rocco, nipote di Sante ed esecutore anche della cancellata del Battistero della Collegiata, nel 1717. Nelle figure, angeliche o mostruose, nei putti, negli arabeschi di foglie che sormontano la cancellata si rivela non solo 1'ingegno di Sante, ma anche la sua straordinaria maestria nella lavorazione del metallo.

Non mancano perciò racconti leggendari creati dalla fantasia popolare sulla figura di questo artista. Si narra che un giorno in cui era stato a caccia nei boschi, si mise a sedere per consumare la colazione. Poggiò il fucile a terra, ma quando lo riprese si accorse che la canna si era piegata, perché era stata a contatto con una strana pianta. Capi di avere scoperto un segreto e, tornato a casa, cominciò a lavorare il ferro modellando il metallo con quella pianta trovata nel bosco. E così l’artigiano imparò a lavorare il ferro, ma a nessuno, nemmeno alla moglie, volle mai rilevare il segreto.

Il Tombolo

Nonostante l'ausilio di informazioni ricavabili da sculture, pitture e vasi antichi, i quali confermano l'impiego di attrezzi di lavoro non dissimili da quelli in uso ancora oggi, e le testimonianze di storici e poeti dell'epoca, è difficile risalire alla fase di passaggio dalla lavorazione con l'ago a quella con i fuselli ("tammarieje"), verosimili eredi di ibridi evolutisi nel tempo. Da una prima testimonianza storica sulla predilezione per i merletti da parte di Caterina dei Medici, nel 1547, si passa alla leggenda tramandata dallo studioso francese Lefebure, il quale attribuisce a Venezia la primogenitura di un intreccio di fili che sarebbe stato eseguito con l'ausilio di piombini pendenti da una rete di pescatori, carica, oltre che di pesci, di un'alga con meravigliose ramificazioni pietrificate: l'antenato della trina a tombolo. I pochi scritti sull'argomento lasciano immaginare che la tecnica del fusello sia nata prima del Rinascimento e abbia raggiunto valori di vertice a Venezia, in anticipo rispetto alle altre zone che 1 'hanno adottata. Notizie sul merletto a tombolo si hanno anche da un documento della famiglia d'Este di Ferrara, nel 1476, e dal riferimento a una "striscia a dodici fusi" per lenzuolo, in un contratto stipulato a Milano.

La prima "officina" di merletti, che risulta nata a Venezia, raggiunge tali livelli di perfezione e decoro da promuovere una forte corrente di esportazione verso la Francia, inducendo il governo di quel paese a favorire l'espatrio di esperte trinaie veneziane per diffondere sul posto il tipo di lavorazione. I risultati dell'iniziativa sono così positivi che, col passare del tempo, "il point de France" viene preferito al "punto di Venezia". Tornando a Pescocostanzo, vi sarebbe da supporre che, data l'intraprendenza delle classi locali evolute,tomb2 l'artigianato del tombolo abbia tratto giovamento dai contatti con i principali centri di diffusione dell'epoca e cioe: -Milano, per il determinante apporto delle maestranze lombarde, a partire dal secolo XV (il dr. Gaetano Sabatini, storico di fama, ptomb2escolano, è un sostenitore di tale paternità); -Venezia, oltre che per i continui contatti con l'Aquila e l'influenza esercitata lungo le coste abruzzesi, ma forse anche per il rapporto di amicizia tra Caterina dei Medici e Vittoria Colonna. il cui contributo all'emancipazione pescolana potrebbe avere scavalcato la funzione politica in più di un caso.

Lucilla Less Arciello, pescolana d'elezione, sostiene questa seconda ipotesi in un suo pregevole lavoro intitolato "Cristalli di neve in una trina"; -Genova, che alcuni studiosi citano come patria del tombolo.

Qualunque sia l'ipotesi più attendibile, resta il fatto che la scuola pescolana diventa un fenomeno a se, un'industria e un patrimonio per l'intera collettività locale, in cui la famiglia si trasforma in laboratorio artigiano: ogni bambina, appena possibile, viene iniziata al tombolo mediante l'esecuzione graduale della "sceda"(scheda), che fissa le nozioni basilari di questa arte; ogni giovanetta in età da marito 

possiede un corredo principesco di tovaglie. tovaglioli, fazzoletti, lenzuola, centri, pizzi, merletti, che assumono nomi dialettali diversi a seconda del punto o della complessità della figura in cui la fantasia ha sempre la sua parte. Tenendo anche presente che il merletto a tombolo coinvolge altri artigiani: il sarto per la preparazione del "cuscino" (il tombolo) e per l'imbottitura con erba falasca; il falegname per la realizzazione dei fuselli ("tammarieje") in legno di noce, pero o ulivo stagionato, e dell.apposito cavalletto di supporto del tombolo; il disegnatore per l'elaborazione dei modelli. i quali richiedono una profonda conoscenza delle tecniche di lavorazione.

Chiese e cappelle private, palazzi patrizi e case sono arredati con “pezzi” di valore. Nei primi due casi si tratta di doni. Durante l'ultima guerra, i tedeschi, che ne fecero bottino, manifestarono apertamente la
loro meraviglia per le ricchezze e la varietà di quel patrimonio, nel quale figuravano, oltre a merletti in seta, esecuzioni con fili d'oro e d'argento. I merletti di Pescocostanzo, la cui compattezza di tessitura non ha uguali in un vasto circondario (Marche incluse) e i cui disegni sono a volte autentiche rarità o esclusiva di qualche trinaia o famiglia, fanno oggi splendida figura nelle esposizioni di industrie tessili italiane ed estere. Buona parte del merito va assegnato alla specializzazione e all'inventiva dei disegnatori locali. L'odierno merletto a macchina, per quanto ineccepibile nella esecuzione, non potrà mai competere con la morbidezza e il calore della lavorazione a mano se non per motivi di costo di produzione, così che, non trattandosi di lavoro su base industriale ogni pezzo è da considerare un "unicum". Da qualche anno sono visitabili la Scuola del Merletto a Tombolo e il relativo museo realizzati dal Comune nel palazzo Fanzago, in piazza Municipio.

Modalità di accesso

  1. In auto: Da Roma o Pescara, segui l’autostrada A25 e prendi l’uscita per Sulmona. Prosegui sulla SS17/SS84 fino a Pescocostanzo.
  2. Da Napoli: Prendi l’autostrada A1 e esci a Caianello. Prosegui sulla SS85 fino a Isernia, quindi sulla SS17 fino a Pescocostanzo.
  3. In treno: Scendi alla stazione di Pescocostanzo-Rivisondoli.

Come arrivare

Comune di Pescocostanzo

Mappa

Costi

Non sono previsti costi

Orario per il pubblico

Non sono previsti orari

Ultimo aggiornamento: 22-03-2024

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